mercoledì 18 novembre 2009

DELEUZE e GUATTARI
RIZOMA

1976

Traduzione dal francese di Stefano Di Riccio


INTRODUZIONE

Al di là del principio dì teoria

Antilogos era il titolo di un capitolo di Proust et les signes (di Gilles Deleuze). Anche Rizoma potrebbe chiamarsi Antilogos. Un rizoma è un "gambo", o "fusto " sotterraneo - un vero paradosso vegetale. Sceglierlo come metafora principale della nuova pratica, di linguaggio e dì analisi vuoi dire (esplicitamente nel testo) ripudiare sia /'albero, sìmbolo consacrato detta produttività verticale e normale (normativa), sia la radice, figura di ogni origine e fondamento.
Ma dei titoli bisogna ancora dire questo-, che Antilogos non si chiamava "Macchina desiderante"(metafora ricorrente nel testo); Rizoma non sì chiama né Antilogos né "Antidendron". Ciò significa che mentre Antiedipo sì presentava essenzialmente come una macchina da guerra teorica (lo sottolineava il sottotitolo "Capitalismo e schizofrenia") contro la psicanalisi (e contro la riduzione, operata dalla psicanalisi, dei vasti spazi del desiderio all'angusto teatrino familiare), Rizoma ha lasciato cadere nell'oblio sia i bersagli polemici sia lo scopo dimostrativo, puramente teorico, e cresce ormai per conto suo, in maniera autonoma e felice, vegetalmente.
L'Antiedipo quando uscì nel '72, apparve subito come un libro stimolante, allegro, liberatore.
Ma si percepiva anche, attraverso l'allegria, un risentimento di tipo filiale verso la psicanalisi ài "papa-maman"; e la prospettiva critica ubbidiva all'ottica del rovesciamento (atteggiamento che Ìndica, secondo Althusser, l'incompleta uscita dal campo epìstemologico combattuto).
In Rizoma la scena è radicalmente cambiata: ogni tanto il tono si anima, alcune frasi violente ricordano quel vecchio territorio amato odiato e dimenticato, la psicanalisi; ma il risentimento non c'è più e il discorso velocemente scivola verso altri orizzonti.
Ormai il cammino è iniziato, al di fuori delle strade conosciute.
Antiedipo denunciava e annunciava, Rizoma gioca e fa.

Giuoca e fa, al di là perfino del programma annunciato e previsto: c'è stato, nell'itinerario di Deleuze-Guattarì, dall'Antiedipo in poi, un tradimento, un traviamento significativo.
Antiedipo si presentava come un "primo volume", al quale doveva seguire un altro, che avrebbe descritto la nuova anti-psicanalisi, o "schizo-analisi". Invece sono apparsi, nel '75 e nel '76, due libretti senza riferimento esplicito al precedente, senza collegamento indicato tra loro: Kafka, per una letteratura minore, e Rizoma, cioè prima una deviazione dalla psicanalisi verso la letteratura, poi il passaggio a una nuova serie, in forma di "introduzione" staccata.
Ad esaminare attraverso i testi il senso di quel tragitto, ci si accorge che l'immagine del rizoma appariva per la prima volta nella prima riga del Kafka; "Come entrare in un'opera come quella di Kafka? Un'opera che è un rizoma, una tana?
Il Castello ha 'molteplici ingressi' ma non si sa bene quali siano le leggi che ne regolano l'uso e la distribuzione.
Lo stesso termine si ritrovava diverse volte nel corso del libro, e sempre per indicare una molteplicità con dìramazioni impensate non previste e non comportate dalla regolarità dì una struttura e quindi non interpretabili con Ì metri consueti dett'interpretazione fìlosofìco-letteraria: "Il principio degli ingressi molteplici è il solo ad impedire l'introduzione del nemico, il Significante, e i tentativi dì interpretare un'opera che di fatto si propone unicamente atta sperimentazione".
Cosicché, a ben guardare la successione dei libri, l'introduzione Rizoma può essere considerata, rispetto al Kafka, una conclusione o una diramazione immediata: abbordata in un testo-limite o "minore", secondo la definizione proposta - la letteratura indica il tracciato di una nuova pratica, e suggerisce una nuova immagine di molteplicità, il gambo sotterraneo a diramazoni irregolari, nonché una nuova linea di analisi, a zigzag, a sorpresa.
L'andamento generale della ricerca di Deleuze e Guattari è il contrario di un procedimento lineare e globalizzante (gonfiamento progressivo e regolare di un frutto, ramificazione armoniosa di un unico tronco): si può parlare di una successione non sistematica ma, appunto, rìzomatica; l'effetto di efficacia e di felicità del volume Rizoma è legato al fatto che tratta dì una metafora in atto: non indica un comportamento mentale auspicabile, definisce un metodo dì cui esso stesso è parte: silenziosamente, senza dirlo, sì auto de finisce. "Fare il punto, che orrore", "Dolcezza di non rispondere mai": Rizoma si presenta come un'apologia della distrazione, del frammentario, del pensiero come pulsione non programmata,

Si vede cosi realizzato parzialmente, provvisoriamente, come è giusto che sia, il più remoto progetto dell 'opera di Deleuze: appunto l'"Antilogos", decentramento di un discorso gerarchico a favore di una serie infinita di deciframenti locali.
Da Nietzsche et la Philosophie a Logique du sens e a Différence et Répétition, lo scopo perseguito è la “capacità di humour nei concetti " la "joyssance" e la "vita pulsionale" del pensiero.
Nìetzsche e Proust non sono per caso gli oggetti privilegiati in una simile ricerca.
Nietzsche, per il quale riso, gìuoco, danza sono "potenze affermatrici di riflessione e di sviluppo"; Proust, il pensiero vivo suscitato da una violenza esterna, dallo "hasard".
Alla stessa logica appartiene l'uso fatto negli ultimi testi dei libri di riferimento, vasta bibliografia crìtica utilizzata per confermare o accentuare, en passant, un concetto o un corpo dì concetti: ì libri citati forniscono, a volte marginalmente o per una distorsione della loro direzione intenzionale, "punti di accensione" della mente (si impone qui l'espressione di Breton).
A proposito della sua informazione culturale, Deleuze parla di "lettura diagonale"; ma più che a un qualche "cursive reading" bisogna pensare in questo caso all'andatura appunto "diagonale" del "fou", dell'alfiere del giuoco di scacchi: è un'altra logica di spostamento.
Sempre nella stessa prospettiva di rinnovamento del "rito di pensare" sì capisce anche lo sdoppiamento della firma, "Deleuze-Guattari ". esso corrisponde alla perdita di elevazione, di proprietà, che accompagnano tradizionalmente l'esercizio del pensiero; la collaborazione è "impersonalità feconda", conseguenza rigorosa della "messa in causa del principio d'identità" che Kioslowski vede come un tratto distintivo nelle opere dì Deleuze e di Foucault.
E la collaborazione, come del resto l'insieme dei caratteri di queste opere, è anche l'effetto di un rapporto di tipo nuovo tra teoria e pratica.

Tradizionalmente, teorìa e pratica appartengono a due sfere distinte: la pratica mtervìerie dopo la teoria, come sua applicazione, oppure la precede suscitandola; in ogni modo i loro rapporti hanno tempi e luoghi diversi; ma sono sempre visti sotto la forma di un processo di integrazione e di globalizzazione.
Invece, per Deleuze come per Foucault, pratica e teoria intervengono localmente, l'una nel campo dell'altra; non ci sono spazi riservati, non c'è totalizzazione. La pratica è un insieme di passaggi da un punto ad un altro punto teorico, e la teoria, un passaggio da una pratica a un 'altra. "Nessuna teoria può svilupparsi senza incontrare una specie di muro, e ci vuole la pratica per forare il muro ".
In questo modo viene abolita la nozione dell'intellettuale come "coscienza rappresentante o rappresentativa"; nessuno può più arrogarsi il diritto di considerarsi la coscienza di un altro.
"Chi parla e chi agisce? E' sempre una molteplicità, anche netta persona che parla o agisce.
Siamo tutti dei gruppuscoli.
Chi crede e vuoi far crede¬re atta globalità e all'unità, è il potere: "è il potere che per natura opera dette totalizzazioni".
Frammenta¬zione, localizzazione e "deterritorìalizzazione " non sono perciò delle scelte unicamente, puramente teorìche; sono anche mezzi di lotta contro il potere, contro la globalità e la paranoia del potere.
Ma quando si tratta di pensieri contemporanei il rapporto teoria/pratica non significa soltanto rapporto pensiero/azione, indica anche i legami tra critica (filosofia) e fictìon (testo).
La scrittura, che ricopre il campo di quel che si chiamava un tempo "letteratura", è il vero luogo dove può avvenire lo svelamento della "vita pulsionale del pensiero".
Il vecchio rapporto filosofìa/letteratura è stato rovesciato sulle sue basì. Mentre un tempo era la filosofia ad occupare Ìl posto sovrano, sono, oggi i filosofi a sentire di fronte alla letteratura - o più esattamente alla scrittura di fictìon - una sorta di mancanza e di imperfezione: tutti i filosofi e teorici contemporanei, da Foucault a Derrida a Barthes e a Lacan, esprìmono una sorta di "nostalgia attiva" della letteratura e tendono, asintotìcamente, verso una scrittura "fictionnelle"; tutti percepiscono che il linguaggio tradizionale - "di buona volontà" - della filosofia esclude, o è incapace di raggiungere, alcune realtà di una certa importanza, come il corpo, l'inconscio, il giuoco, con le quali il linguaggio letterario si trova invece in diretta comunicazione.
E' un privilegio della letteratura quello di fare direttamente, cioè di non fare programmi ma di realizzarsi in sé, nella jouissance di sé.

La letteratura un tempo era pensata sul modello della filosofìa, e cioè riportata al suo significato, al suo cosiddetto "messaggio"; oggi è la filosofìa, o più generalmente il pensiero teorico, che invidia alla letteratura la possibilità (analizzata più volte a proposito del linguaggio poetico) dì "perdita del senso".
"Scrivere non ha nulla a che vedere con significare, ma piuttosto con misurare", dice Rizoma. Sulla base di questo nuovo rovesciamento, si arriva a volte a una semplificazione del problema linguistico-letterario; alcuni testi estremi del Novecento vengono parzialmente rifiutati, o rimproverati per non aver saputo eliminare del tutto l'unità: i testi di Burroughs, quelli dì Joyce sono considerati "livres-radicelle" perché partecipano ancora della nozione centralista dì radice; in loro l'unità esiste ancora, semplicemente spostata dall'oggetto nel soggetto.
L'opera dì Kafka invece, vista come il vero rizoma decentrato e molteplice, è definita "asignificante".
("Non c'è sìgnifìcanza, non c'è soggettivazione", riprende Rizoma,).
Ma esiste l'asìgnificante? e se esistesse, sarebbe interessante? L'intensità della reazione contro l'interpretazione tradizionale porta Deleuze e Guattari a misconoscere il giuo.co specìfico del linguaggio letterario, che è l'oscillazione violenta tra totalità del senso e scomparsa totale del senso: nel passaggio veloce e rischioso tra questi due polì consiste la messa in questione del soggetto della scrittura - e non nella neutralità in fin dei conti rassicurante, o indifferente, del raggiunto "asignifìcante".
(Allo stesso modo - secondo lo stesso procedimento di semplificazione l’Antìedipo disegnava una figura di schizofrenico senza angoscia né sofferenza né tensione, una specie di gioioso militante del "corps sans organes"; ma forse essere schizofrenico non è cosi semplice).

Queste scorciatoie dì Deleuze e Guattari trovano la loro spiegazione e anche la loro giustificazione nell’eccesso teorico che ha caratterizzato gli anni 60 in Francia; quando una legge ferrea, una gerarchla i tra i concetti di "scienza” e di “ideologia”, di “simbolico, immaginario e reale”; si era giunti a una tale paralisi che gli stessi inventori di questi concetti sono dovuti tornare in seguito sulla questione per ammorbidire i termini o allentarne l'effetto (Althusser ha fatto l’"autocritica ", Lacan qualche tempo fa ha ripreso le definizioni per far capire che non si trattava dì opporre il "buon simbolico" al "cattivo immaginario " ma che tutti i tre elementi erano legati e necessari l'uno all'altro).
E' sicuro che una gran parte della violenza ribelle dell'Antiedipo è diretta contro la paralisi di quegli anni, sentita anche come storica¬mente ìnadeguata; la questione è dì sapere se l'or¬dine simbolico si lascia scuotere dalle grida di guerra...
In ogni modo, Rizoma, più ancora dei due volumi precedenti, ha la funzione dì rianimare la scena teorico-pratica assopita dagli interdetti, e non è un caso se in più punti si ritrova un tono tipicamente surrealista e dadaista; dopo i lunghi anni dell'"impegno" moralizzante e dell'intimidazione teorico-scientifica, il "piacere del testo" fa bene a recuperare la carica infantile e anarchica delle prime avanguardia sono "macchine desideranti" che hanno fatto il processo del potere.

Foucault definisce i suoi libri "scatola dì arnesi", Proust chiamava i suoi "occhiali per i lettori".
A che serve un gambo sotterraneo, o una radice aerea?
A impedire, giocando, al pensiero di addormentarsi sotto l'ombra del grande Albero del Potere.

Jacqueline Risset

















RIZOMA

Abbiamo scritto l'Anti-Edipo a due mani. Dato che ciascuno di noi era parecchi, faceva già molta gente. Abbiamo utilizzato qui tutto ciò che ci avvicinava, quanto di più vicino e di più lontano. Abbiamo distribuito abili pseudonimi, per mimetizzare. Perché abbiamo mantenuto i nostri nomi? Per abitudine, unicamente per abitudine. Per mimetizzarci a nostra volta. Per rendere impercettibile non ii nostro io, ma ciò che ci fa agire, sperimentare o pensare. E poi perché è piacevole parlare come tutti, e dire s'alza il sole, quando ognuno sa bene che non è che un modo di dire. Non arrivare al punto in cui non si dice più io, ma al punto in cui non ha più alcuna importanza il dire o il non dire io. Non siamo più noi stessi. Ognuno si riconoscerà. Siamo stati aiutati, aspirati, moltiplicati.

Non “parliamo più molto" di psicanalisi, eppure ne parliamo ancora, e troppo. Non dice più niente. Ne eravamo profondamente stanchi, ma nell'incapacità di smettere di colpo. Gli psicanalisti e soprattutto gli psicanalizzati ci annoiano troppo. Questa materia che ci ostacolava, bisognava la precipitassimo per nostro conto - senza farcì illusioni sulla portata oggettiva d'una simile operazione - bisognava imprimerle una velocità artificiale capace di portarla per noi alla rottura o al cedimento. E' finita, non parleremo mai più di psicanalisi dopo questo libro. Nessuno ne soffrirà, né loRo né noi. E' curioso come le obiezioni che vi fanno funzionino da agenti ritardanti. Quando cercate di nuotare in un ruscello vi mettono delle palle ai piedi: avete pensato a questo, che ne fate dì quello? siete proprio coerenti? non vedete la contraddizione? Che dolcezza, anche, non rispondere mai. Non c'è che una cosa peggiore delle obiezioni e della confutazione delle obiezioni: la riflessione, il ritorno a...
Per esempio, in un libro, il ritorno ad un libro precedente: che ne è di? Avete ben capito Freud? Ed il vostro ultimo libro, avete cambiato? Fare il punto, che orrore. Un libro non ha oggetto né soggetto, è fatto di materie diversamente plasmate, dì date e di velocità molto diverse. Dal momento in cui si attribuisce un libro ad un soggetto, si trascura questo lavoro delle materie e l'esteriorità delle loro relazioni. Si fabbrica un buon Dio per dei movimenti geologici. In un libro, come in ogni altra cosa, vi sono linee d'articolazione o di segmentalità, strati, territorialità; ma anche linee di fuga, movimenti di deterritorializzazione e di destratificazione. Le velocità comparate di scorrimento del flusso derivanti da queste linee determinano fenomeni di ritardo relativo, di viscosità o, al contrario, di precipitazione e di rottura (sì, la psicanalisi è stata la nostra palla al piede, occorreva limare). Tutto questo, le linee e le velocità misurabili, costituisce un concatenamento macchinico ("agencement machinique"). Un libro è un simile concatenamento, come tale inattribuibile. E' una molteplicità ma non si sa ancora ciò che il multiplo implica quando cessa d'essere attribuito, ossia quando viene elevato allo stato di sostantivo. Un concatenamento macchinico è orientato verso gli strati che indubbiamente ne fanno una sorta d'organismo, oppure una totalità significante, o una determinazione attribuibile ad un soggetto, ma anche verso un corpo senz'organi che non cessa di disfare l'organismo, di far passare e circolare delle particelle asignificanti, intensità pure, e di attribuirsi i soggetti ai quali esso non lascia più che un nome come traccia di una intensità. Qual'è il corpo senz'organi di un libro? Ve ne sono molti, secondo la natura delle linee considerate, secondo il loro tenore o la loro densità, secondo la loro possibilità di convergenza su di un "piano di consistenza" che ne assicura la selezione. Qui, come altrove, essenziali sono le unità di misura: quantificare la scrittura. Non c'è differenza tra ciò di cui un libro, parla ed il modo in cui esso è fatto. Un libro non ha dunque più alcun oggetto. In quanto concatenamento, è soltanto se stesso in relazione ad altri concatenamenti, in rapporto ad altri corpi senz'organi. Non si domanderà mai ciò che un libro vuoi dire, significato o significante, non si cercherà nulla da capire in un libro, ci si chiederà con che cosa esso funziona, in relazione a cosa lascia passare o meno delle intensità, entro quali molteplicità introduce e trasforma la sua, con quali corpi senz'organi esso stesso fa convergere il suo. Un libro non esiste 'che dal di fuori e al di fuori. Così, essendo un libro di per sé una piccola macchina, in quale rapporto a sua volta misurabile si pone questa macchina letteraria con una macchina da guerra, una macchina d'amore, una macchina rivoluzionaria, ecc. - e con una macchina astratta che tutte le trascina? Ci è stato rimproverato di chiamare troppo spesso in causa dei letterati. Obiezione idiota. Perché il solo problema, quando si scrive, è sapere con quale altra macchina la macchina letteraria può essere collegata e deve essere collegata per poter funzionare. Kleist e una folle macchina da guerra, Kafka e un'inaudita macchina burocratica... (e se si divenisse animali o vegetali per letteratura, il che non significa certo letterariamente? non sarebbe soprattutto dalla voce che si diventa animali?). La letteratura è un concatenamento, essa non ha mente a che vedere con l'ideologia, non c'è e non c'è mai stata ideologia.

Noi non parliamo d'altro: le molteplicità, le linee, strati e segmentalìtà, linee di fuga e intensità, ì concatenamenti macchinici e le loro differenti varietà, i corpi senz'organi e la loro costruzione, la loro selezione, il piano dì consistenza, le unità dì misura in tutti i singoli casi. Gli stratometri, i deleometri, le unità di densità, le unità di convergenza non formano semplicemente una quantificazione della scrittura, ma la definiscono sempre come unità di misura d'altre cose. Scrivere non ha niente a che vedere con il significare, ma piuttosto con il misurare, il cartografare perfino regioni future.

Un primo tipo di libro è il libro-radice. L'albero è già l'immagine del mondo, o meglio,, la radice è l'immagine dell'albero-rnondo. E' il libro classico, come bella interiorità organica, significante e soggettiva (gli strati del libro). Il libro imita il mondo come l'arte la natura: per mezzo di processi che gli sono propri e che conducono a compimento ciò che la natura non può o non può più fare. La legge del libro è quella della riflessione, l'Uno che diventa due. Come mai la legge del libro sarebbe nella natura, dal momento che essa presiede alla divisione stessa tra mondo e libro, natura ed arte? Uno diviene due: ogni volta che incontriamo questa formula, sia stata essa enunciata strategicamente da Mao oppure compresa il più "dialetticamente" possibile, ci troviamo di fronte al pensiero più classico e più ponderato, il più antico, il più sofferto. La natura non agisce in questo modo: le radici stesse sono a fittone, a ramificazione più ricca, laterale e circolare, non dicotomica. La mente è in ritardo sulla natura. Anche il libro come realtà naturale ruota sul suo asse, e Ì fogli intorno. Ma il libro come realtà spirituale, l'Albero o la Radice in quanto immagine, non cessa di sviluppare la legge dell'Uno che diventa due, poi del due che diventa quattro... La logica binaria è la realtà spirituale dell'albero-radice. Perfino una disciplina tanto "avanzata" come la linguistica conserva come immagine di base quest'albero-radice che la ricollega alla riflessione classica (cosi Chomsky e l'albero sintagmatico, che inizia ad un punto S per procedere poi per dicotomia). Tanto vale dire che questo pensiero non ha mai compreso la molteplicità: ha bisogno di una forte unità principale presuma per arrivare a due seguendo un metodo spirituale. E da parte dell'oggetto, seguendo ìl metodo naturale, si può senza dubbio passare direttamente dall'Uno a tre, quattro o cinque, ma sempre a condizione di disporre d'una forte unità principale, quella dell'asse che sostiene le radici secondarie. Non va poi tanto meglio. Le relazioni bi-univoche tra cerchi successivi hanno semplicemente sostituito la logica binaria della dicotomia. La radice a fìttone non comprende la molteplicità più di quanto non faccia la radice dicotoma. L'una opera nell'oggetto quando l'altra opera nel soggetto. La logica binaria e le relazioni bi-univoche dominano ancora la psicanalisi (l'albero del delirio nell'interpretazione freudiana di Schreber), la linguistica e lo strutturalismo, la stessa informatica.

Il sistema-radice secondaria, "radicelle" o radice fascicolata, è la seconda raffigurazione del libro alla quale la nostra modernità si rifa volentieri. Stavolta la radice principale ha abortito, o si distrugge verso la sua estremità; s'innesta su di essa una molteplicità immediata e comune di radici secondarie che assumono un grande sviluppo. Stavolta la realtà naturale risulta nel mancato sviluppo della radice principale, ma non per questo la sua unità rimane meno presente, come passata o futura, come possibile. E ci si deve chiedere se la realtà spirituale e riflessa non compensi questo stato di cose manifestando a sua volta l'esigenza di una unità segreta ancor più comprensiva, o di una totalità più estensiva. Ossia il metodo del cut-up di Borroughs: il ripiegare un testo sull'altro, costitutivo di. radici multiple ed anche avventizie (si direbbe una talea), implica una dimensione supplementare a quella dei testi considerati. E' in questa dimensione supplementare del ripiegamento che l'unità continua il suo lavoro spirituale. E' in questo senso che l'opera più decisamente parcellare può anche essere presentata come l'Opera totale o l'Opus Magnum. La maggior parte dei metodi moderni per far proliferare delle serie o far crescere una molteplicità sono perfettamente validi in una direzione, ad esempio, lineare, mentre una unità di totalizzazione si afferma tanto meglio in un'altra dimensione, quella di un cerchio o di un ciclo. Ogni volta che una molteplicità si trova presa in una struttura, la sua crescita è compensata da una riduzione delle leggi di combinazione. Gli abortisti dell'unità sono qui dei fabbricatori d'angeli, doctores angelici, dato che essi affermano un'unità propriamente angelica e superiore. Le parole di Joyce, giustamente definite "a radici multiple", effettivamente infrangono l'unità lineare della parola, o anche della lingua, solo stabilendo un'unità ciclica della frase, del testo o del sapere. Gli aforismi di Nietzsche non infrangono l'unità lineare del sapere che rimandando all'unità ciclica dell'eterno ritorno, presente come elemento inconscio del pensiero. Come dire che O sistema fascicolato non rompe veramente con il dualismo, con la complementarità di un soggetto e di un oggetto, di una realtà naturale e di una realtà spirituale: l'unità non smette di essere avversata ed ostacolata nell'oggetto, mentre un nuovo tipo di unità trionfa nel soggetto. II mondo ha perduto il suo asse, il soggetto non può nemmeno più fare dicotomia, ma accede ad una più alta unità d'ambivalenza o dì sovradeterminazione, in una dimensione sempre supplementare a quella del suo oggetto. Il mondo è diventato caos, ma il libro resta immagine del mondo, caosmo-radice secondaria ("chaosmos-radicelle") in luogo di cosmo-radice. Strana mistificazione, quella del libro tanto più totale quanto più frammentato. Il libro come immagine del mondo: ad ogni modo, che idea insulsa. In effetti, non è sufficiente dire: Viva il multiplo, pur essendo difficile lanciare questo grido. Nessuna abilità tipografica, lessicale od anche sintattica, basterà a farlo intendere. II multiplo bisogna farlo non aggiungendo sempre una dimensione superiore, ma al contrario, più semplicemente, a forza di sobrietà, al livello delle dimensioni di cui si dispone, sempre ad n-1 (è solo in questo modo che l'uno fa parte del multiplo, venendo sempre sottratto). Sottrarre l'unico dalla molteplicità da costituirsi iscrivere ad n-1.
Un simile sistema potrebbe essere detto rizoma. Un rizoma, come stelo sotterraneo, si distingue nettamente dalle radici e dalle radici secondarie. I bulbi, i tuberi sono rizomi. Le piante a radice, o a radice secondaria, possono essere rizomorfe per altri aspetti: si tratta di stabilire se la botanica, nella sua specificità, non sia interamente rizornorfìca. Gli stessi animali lo sono; come branco, i topi sono dei rizomi. I terriers lo sono, in tutte le loro funzioni di habitat, dì vettovagliamento, di spostamento, di schivata e di rottura. Il rizoma ìn se stesso ha forme molto diverse, a partire dalla sua estensione superficiale ramificata in ogni senso, fino alle sue concrezioni in bulbi e tuberi. Quando i topi si lasciano scivolare gli uni sotto gli altri. C'è il meglio ed il peggio nel rizoma: la patata e la gramigna, la malerba. Animale e pianta, la gramigna è "crab-grass". Ben sappiamo che non convinceremo nessuno se non enunciamo alcuni caratteri approssimativi del rizoma.

1 e 2 — Principi di connessione e d'eterogeneità: qualsiasi punto del rizoma può essere collegato con qualunque altro, e deve esserlo. E' molto diverso dall'albero o dalla radice che fissano un punto, un ordine. L'albero linguistico alla maniera di Chomsky inizia ancora ad un punto S e procede per dicotomia. In un rizoma, al contrario, ogni tratto non rimanda necessariamente ad un tratto linguistico: anelli semioticì d'ogni specie vi si trovano collegati a modi di codificazione molto diversi, anelli biologici, politici, economici, ecc., mettendo in gioco non soltanto regimi di segni differenti, ma anche statuti di situazioni. I concatenamenti aggettivi d'enunciazione funzionano in effetti direttamente all'interno dei concatenamenti macchinici e non sì può stabilire una linea di demarcazione radicale tra i regimi dei segni ed i loro oggetti. Nella linguistica, anche quando si pretende di attenersi all'esplicito e non supporre nulla della lingua, si rimane all'interno delle sfere di un discorso che implica ancora dei modi di concatenamento e dei particolari tipi sociali di potere. La grammaticalità di Chomsky, il simbolo categoriale S che domina tutte le frasi, è innanzitutto un contrassegno dì porere prima ancora d'essere un contrassegno sintattico : tu costruirai frasi grammaticalmente corrette, dividerai ogni enunciato in sintagma nominale e sintagma verbale (prima dicotomia...). Non sì rimprovererà a tali modelli linguistici d'essere troppo astratti, ma al contrario di non esserlo a sufficienza, di non riuscire .a raggiungere la macchina bistratta che opera la connessione dì una lingua con contenuti semantici e pragmatici di enunciati, con concatenamenti collettivi dì enunciazione, con tutta una micro-politica del campo sociale. Un rizoma non cesserebbe di collegare anelli semiotici, organizzazioni di potere, occasioni che rimandano alle arti, alle scienze, alle lotte sociali. Un anello semìotico è come un tubero conglomerante atti molto diversi, linguistici ma anche percettivi, mimici, gestuali, cogitativi:
non esiste una lingua in sé, né universalità del linguaggio, ma un concorso di dialetti, vernacoli, gerghi, lingue speciali. Non c'è locatore-auditore ideale, come d'altronde non c'è comunità linguistica omogenea. La lingua è, secondo una formula di Weinreich, "una realtà essenzialmente eterogenea" (1). Non vi è lingua-madre, ma presa di potere da parte di una lingua dominante all'interno di una molteplicità politica. La lingua si stabilizza attorno ad una parrocchia, ad un vescovato, ad una capitale. Essa fa bulbo. Si evolve per steli e flussi sotterranei, lungo le valli fluviali o lungo le linee ferroviarie, sì sposta a macchia d'olio (2). Si possono sempre operare sulla lingua decomposizioni strutturali interne: fondamentalmente non è differente da una ricerca di radici. C'è sempre qualcosa di genealogico nell'albero, non è un metodo popolare. Al contrario, un metodo del tipo rizoma non può analizzare il linguaggio che decentrandolo su altre dimensioni ed altri registri. Una lingua non si richiude mai su di sé che in una funzione d'insterilimento.

3 — Princìpio di molteplicità: è soltanto quando il multiplo viene effettivamente trattato come sostantivo, molteplicità, che esso non ha più alcun rapporto con l'Uno come soggetto o come oggetto, come realtà naturale o spirituale, come immagine e mondo. Le molteplicità sono rizomatiche e denunciano le pseudo-molteplicità arborescenti. Niente unità che serva da asse nell'oggetto, né che si divida nel soggetto. Niente unità, non foss'altro che per abortire nell'oggetto e per "ritornare" nel soggetto. Una molteplicità non ha né soggetto né oggetto, ma solo determinazioni, grandezze, dimensioni che npn possono crescere senza che essa cambi natura (le leggi di combinazione crescono dunque con la molteplicità). I fili della marionetta, in quanto rizoma o molteplicità, non rimandano alla volontà, suppostane una, d'un artista o d'un burattinaio, ma alla molteplicità delle fibre nervose che formano a loro volta un'altra marionetta che segue altre dimensioni collegate alle prime: "I fili o gli steli che muovono le marionette, chiamiamoli la trama. Si potrebbe obiettare che la sua molteplicità risiede nella persona dell'attore che la proietta nel testo. Va bene, ma le sue fibre nervose formano a loro volta una trama. Ed esse si immergono attraverso la massa grigia, la griglia, fino nell'indifferenziato... Il gioco s'avvicina alla pura attività dei tessitori, quella che i miti attribuiscono alle Parche e alle Norne." (3) Un concatenamento è precisamente questa crescita delle dimensioni in una molteplicità che cambia necessariamente natura nella misura in cui essa aumenta le sue connessioni. Nel rizoma non esistono punti e posizioni simili a quelle che si trovano in una struttura, un albero, una radice. Non vi sono che linee. Quando Glenn Gould accelera l'esecuzione di un pezzo, non agisce semplicemente da virtuoso, ma trasforma i punti musicali in linee, fa proliferare l'insieme. E' che il numero ha smesso d'essere un concetto universale che misura degli elementi secondo il loro posto in una dimensione qualsiasi, per divenire esso stesso una molteplicità variabile secondo le dimensioni considerate (primato del campo su di un complesso di numeri unito a tale campo). Non abbiamo unità di misura, ma soltanto molteplicità o varietà di misura. La nozione di unità non appare che quando in una molteplicità si verifica una presa di potere da parte del significante, oppure un processo corrispondente di soggettivazione: così l'unità-asse che costi¬tuisce un insieme di relazioni bi-univoche fra elementi o punti oggettivi, oppure l'uno che si divide secondo la legge di una logica binaria della differenziazione nel soggetto. Sempre l'unità opera in seno ad una dimensione vuota supplementare a quella del sistema considerato (surcodificazione). Ma, giustamente, un rizoma o molteplicità non si lascia codificare, non dispone mai di dimensione supplementare al numero delle sue linee, cioè alla molteplicità dei numeri collegati a tali linee. Tutte le molteplicità sono piatte in quanto esse saturano, occupano tutte le loro dimensioni: si parlerà dunque di un piano di consistenza delle molteplicità, benché questo "piano" sia a dimensioni crescenti, in relazione al numero di connessioni che su di esso si stabiliscono. Le molteplicità si definiscono dal di fuori: per mezzo della linea astratta, linea di fuga o di deterritorializzazìone, secondo la quale cambiano di natura collegandosi ad altre. Il piano di consistenza (griglia) è il di fuori dì tutte le molteplicità. La linea di fuga contrassegna ad un tempo la realtà di un numero di dimensioni finite che la molteplicità colma effettivamente; l'impossibilità di ogni dimensione supplementare, senza che la molteplicità si trasformi seguendo questa linea; la possibilità e la necessità di appiattire tutte queste molteplicità su di uno stesso piano di consistenza o di esteriorità, quali che siano le loro dimensioni. L'ideale per un libro sarebbe esporre ogni cosa su tale piano d'esteriorità, su di una sola pagina, su di una stessa spiaggia: avvenimenti vissuti, determinazioni storiche, concetti pensati, individui, gruppi e formazioni sociali. Kleist inventò una scrittura dì questo tipo, una concatenazione spezzata di stati emotivi, con velocità variabili, precipitazioni e trasformazioni, sempre in relazione col di fuori. Anelli aperti. Anche i suoi testi si contrappongono sotto ogni aspetto al libro classico e romantico, costituito dall'interiorità d'una sostanza o d'un soggetto. Il libro-macchina da guerra, contro il libro-strumento di Stato. Le molteplicità piane a n dimensioni sono asignificanti e asoggettive. Esse vengono designate per mezzo di articoli indefiniti, o piuttosto partitivi ( è della gramigna, del rizoma...).

Non ci si domanderà soprattutto cosa significa una molteplicità, né a chi essa si attribuisce. Ma essendo data una qualsiasi molteplicità, per esempio FASCISMO - orribile molteplicità - , definita dalle sue linee e dimensioni - esattamente esposta sul piano di consistenza -, ci si chiederà secondo quale dimensione essa significa questo o quello, secondo che linea essa si attribuisce ad un individuo, ad un gruppo o ad una formazione sociale. Perché vi è un fascismo individuale, un fascismo di gruppo, un fascismo formazione sociale. E giustamente queste distinzioni non sono pertinenti, ma secondarie e derivate in relazione allo studio diretto delle molteplicità. (4) Martelliamo, appiattiamo, per essere fabbri dell'inconscio.

4 — Principio dì rottura asignificante : contro le fratture troppo significanti che separano le strutture, o ne attraversano una. Un rizoma può essere rotto, spezzato in un punto quaìsiasi, ma riprende seguendo questa o quella delle sue linee e seguendo altre linee. E non è mai finita con le formiche, perché formano un rizoma animale dì cui la maggior parte può essere distrutta senza che esso cessi di ricostruirsi. Ogni rizoma comprende delle linee di segmentalità a partire dalle quali è stratificato, territorìalizzato, organizzato, significato, attribuito ecc.; ma anche linee di deterritorializzazione per mezzo delle quali incessantemente fugge. Vi è rottura, nel rizoma, ogni volta che delle linee segmentali esplodono in una linea di fuga, ma la linea di fuga fa parte del rizoma. Queste linee non smettono di rinviarsi l'una all'altra. Ragion per cui non può mai darsi un dualismo o una dicotomia, anche sotto la forma rudimentale del bene e del male. Si opera una rottura, si traccia una linea dì fuga, rna si rischia sempre di ritrovare su di essa delle organizzazioni che ristratifìcano l'insieme, delle formazioni che restituiscono potere ad un significante, delle attribuzioni che ricostituiscono un soggetto - tutto ciò che si vuole, dai ritorni edipici fino alle concrezioni fasciste. Ci hanno dato dei fascisti; non lo saremo mai abbastanza, tanto siamo coscienti, perlomeno noi, che il fascismo non è quello degli altri soltanto. I gruppi e gli individui contengono dei micro-fascismi che non chiedono che. di cristallizzare. Sì, la gramigna è anche rizoma. Il bene e il male non possono essere che il prodotto d'una selezione attiva e temporanea, da reiterarsi.

In che modo i movimenti di deterritorializzazione ed Ì processi dì riterritorializzazione non sarebbero relativi, perennemente in collegamento, incastrati gli uni negli altri? L'orchidea si detemtorializza formando un'immagine, un calco di vespa; ma la vespa sì riterritorializza su quest'immagine; essa nondimeno si deterritorializza, divenendo essa stessa un pezzo dell'apparecchio dì riproduzione dell'orchidea; ma essa riterritorializza l'orchidea trasportandone il polline. La vespa e l'orchidea fanno rizoma, in quanto eterogenee. Si potrebbe dire che l'orchidea imita la vespa di cui riproduce l'immagine in maniera significante (mimesi, mimetismo, illusione ecc.). Ma questo non è vero che a livello degli strati - parallelismo tra due strati, tali che un'organizzazione vegetale sull'uno imita un'organizzazione animale sull'altro. AI tempo stesso si tratta di tutt'altra cosa: non più imitazione, bensì cattura del codice, plusvalore del codice, aumento della valenza, vero divenire, divenire-vespa dell'orchidea, divenire-orchidea della vespa, ciascuno di questi due divenire operando la deterritorializzazione di uno dei termini e la riterritorializzazione dell'altro, intrecciandosi ed alternandosi i due divenire secondo una circolazione d'intensità che spinge la deterritorializzazione sempre più lontano. Non c'è imitazione né rassomiglianza, ma esplosione di due serie eterogenee nella linea di fuga composta d'un rizoma comune che non può più essere attribuito né sottomesso ad alcunché di significante. Dice molto bene Rémy Chauvin: "Evoluzione aparallela di due esseri che assolutamente niente hanno a che vedere l'uno con l'altro." (5) Più generalmente, può darsi che gli schemi d'evoluzione siano portati ad abbandonare sempre più il vecchio modello dell'albero e della discendenza. In certe condizioni, un virus può collegarsì a delle cellule germinali e trasmettersi esso stesso come gene cellulare d'una specie complessa; di più, potrebbe fuggire, passare nelle cellule di tutt'altra specie, non senza portar con sé delle "informazioni genetiche" provenienti dall'ospite precedente (così le ricerche attuali di Benveniste e Todaro su di un virus di gruppo C, nella sua doppia connessione con il DNA di babbuino e il DNA di talune specie di gatti domestici). Gli schemi d'evoluzione non si farebbero più soltanto in base a modelli di discendenza arborescente, andanti dal meno differenziato al più differenziato, ma seguendo un rizoma immediatamente operante nell'eterogeneo e saltando da una linea già differenziata ad un'altra (6). Qui, ancora, evoluzione aparallela del babbuino e del gatto, dove l'uno non è evidentemente ìl modello dell'altro, né l'altro la copia del primo (un divenire-babbuino nel gatto non significherebbe che il gatto "faccia" ìl babbuino). Noi facciamo rizoma coi nostri virus, o piuttosto i nostri virus ci fanno fare rizoma con altre bestie. Come dice Jacob, i trasferimenti di materiale genetico per mezzo dì virus o d'altri processi, le fusioni di cellule generate da specie diverse, hanno risultati analoghi a quelli degli "amori abominevoli cari all'Antichità e al Medio Evo" (7). Comunicazioni trasversali tra linee differenziate confondono gli alberi genealogici. Cercare sempre il molecolare, o anche la particella submolecolare con la quale ci combiniamo. Ci evolviamo e moriamo delle nostre influenze polimorfe e rizomatiche, più che delle nostre malattie ereditarie o aventi una propria ereditarietà. Il rizoma è un'antigenealogia.

Lo stesso dicasi per il libro ed Ìl mondo: il libro non è immagine del mondo, secondo una radicata credenza. Fa rizoma con il mondo, vi è evoluzione aparallela del libro e del mondo, il libro assicura la deterritorializzazione del mondo, ma il mondo opera una riterritorializzazìone del libro, che si deterri-torialìzza a sua volta in se stesso nel mondo (se ne è capace e lo può). La mimetica è un pessimo concetto, dipendente da una logica binaria, per fenomeni dì tutt'altra natura. Il coccodrillo non riproduce un tronco d'albero, non più di quanto il camaleonte riproduca i colori dell'ambiente circostante. La Pantera rosa non imita nulla, non riproduce nulla, dipinge il mondo del suo colore, rosa su rosa, è il suo divenire-mondo, in modo da rendersi impercettibile essa stessa, asignificante essa stessa, operare la propria rottura, la propria linea di fuga, condurre a fondo la propria "evoluzione aparallela". Saggezza delle piante: anche quando sono a radice, c'è sempre un di fuori dove fanno rizoma con qualche cosa, con Ìl vento, con un animale, con l'uomo (ed anche un aspetto per il quale gli animali stessi fanno rizoma, e gli uomini, ecc.). "L'ubriachezza come una trionfale irruzione della pianta in noi." E sempre seguire il rizoma per rottura, allungare, prolungare, alternare la linea di fuga, farla variare, fino a produrre la linea più astratta e più tortuosa, a n dimensioni, dalle direzioni spezzettate. Coniugare i flussi deterritorializzati. Seguire le piante; si inizierà con il fissare i limiti di una prima lìnea in base a cerchi di convergenza attorno a singolarità successive; poi si vedrà se, all'interno di questa linea, sì stabiliscono nuovi cerchi di convergenza con nuovi punti situati al di fuori dei limiti ed in altre direzioni. Scrivere, fare rizoma, accrescere il proprio territorio per deterritorializzazione, estendere la linea di fuga fino al punto in cui essa copre tutto il piano di consistenza in una macchina astratta. "Per prima cosa va alla tua prima pianta e là osserva attentamente come l'acqua grondante cola a partire da quel punto. La pioggia deve aver trasportato lontano i semi. Segui i rigagnoli che l'acqua ha scavato, così conoscerai la dirczione di scorrimento. Cerca allora la pianta che, in questa dirczione, si trovi il più lontano possibile dalla tua. Tutte quelle che crescono tra queste due ti appartengono. Più tardi, quando queste ultime spargeranno a loro volta il proprio seme, potrai, seguendo il corso delie acque che si dipartono da ciascuna di queste piante, accrescere il tuo territorio." (8) La musica non ha cessato di far passare le sue linee di fuga, come altrettante "molteplicità da trasformazione", anche rovesciando i propri codici che la strutturano o la arborificano; questo perché la forma musicale, fino nelle sue rotture e proliferazioni, è comparabile a della malerba, ad un rizoma (9).

5 e 6 — Principio di cartografia e decalcomania: un rizoma non è soggetto alla giurisdizione di alcun modello strutturale o generativo. E' estraneo ad ogni idea di asse genetico, così come di struttura profonda. Un asse genetico è come un'unità assiale oggettiva sulla quale s'organizzano degli stadi successivi; una struttura profonda è .piuttosto come una successione di base scomponibile in costituenti immediati, mentre l'unità del prodotto passa in un'altra dimensione, trasformazionale e soggettiva. Non sì esce così dal modello rappresentativo dell'albero o della radice - assiale o fascicolata (ad esempio l’"albero" chomskiano, associato alla successione di base, e rappresentante il processo della sua procreazione secondo una logica binaria). Variazione sul più antico pensiero. Dell'asse genetico o della struttura profonda, noi diciamo che sono innanzitutto dei principi di calco, riproducìbili all'infinito. Tutta la logica dell'albero è una logica del calco e della riproduzione. Tanto nella linguistica che nella psicanalisi, ha per oggetto un inconscio esso stesso rappresentativo, cristallizzato in complessi codificati, ripartito su di un asse genetico o distribuito in una struttura sintagmatica. Essa ha come scopo la descrizione d'uno stato di fatto, il riequiìibrio di relazioni intersoggettìve, o I’splorazione di un inconscio già presente, nascosto nei recessi oscuri della memoria e del linguaggio. Essa consiste nel ricalcare un qualcosa dì precostituito, a partire da una struttura che surcodifica o da un asse che sostiene. L'albero articola e gerarchizza dei calchi, i calchi sono come le foglie dell'albero.

Ben altra cosa è il rizoma, carta e non calco. Far la carta e non il calco. L'orchidea non riproduce il calco della vespa, essa fa carta con la vespa all'interno di un rizoma. Se la carta si oppone al calco, è perché interamente rivolta verso una sperimentazione in presa sul reale. La carta non riproduce un inconscio chiuso su se stesso, essalo costruisce. Essa concorre alla connessione dei campi, allo sblocco dei corpi senz'organi, alla loro massima apertura su di un piano dì consistenza. Essa stessa fa parte integrante del rizoma. La carta è aperta, è collegabile in tutte le sue dimensioni, smontabile, ribaltabile, suscettibile di ricevere modificazioni costanti. Può essere strappata, rovesciata, adattarsì a montaggi d'ogni genere, essere messa in cantiere da un individuo, un gruppo, una formazione sociale. SÌ può disegnarla su un muro, concepirla come un'opera d'arte, costruirla come un'azione politica o come una meditazione. E' forse uno dei caratteri più importanti del rizoma, quello d'essere sempre ad accessi multipli; il terrier in questo senso è un rizoma anìmale, e comporta talvolta una netta distinzione tra la linea di fuga intesa come corridoio di spostamento e gli strati di riserva o d'abitazione (cfr. il topo muschiato). Una carta ha entrate multiple, contrariamente al calco che ritorna sempre "alle stesse cose". Una carta è un fatto di prestazione, mentre il calco rimanda sempre ad una pretesa "competenza". All'opposto della psicanalisi, della competenza psicanalitica, che appiattisce ogni desiderio ed enunciato su di un asse genetico o una struttura surcodificante, e che stampa all'infinito i monotoni calchi degli stadi su quest'asse o dei costituenti in questa struttura, la schizo-analisi respinge ogni idea di fatalità ricalcata, quale che sìa il nome che le si attribuisce, divina, anagogica, storica, economica, strutturale, ereditaria o sintagmatica. (Si vede bene come Mélanie Klein non capisca nulla del problema di cartografia d'uno dei bambini suoi pazienti, il piccolo Richard, e si contenti di riprodurre dei calchi bell'e pronti - Edipo, il buono ed il cattivo papa, la buona e la cattiva mamma - mentre il bambino cerca con disperazione d'inseguire un risultato che la psicanalisi disconosce in modo assoluto (10).) Pulsioni ed oggetti parziali non sono né stadi sull'asse genetico, né posizioni in una struttura profonda, sono opzioni politiche per dei problemi, delle entrate e delle uscite, delle "impasses" che il bambino vive politicamente, cioè in tutta la forza del suo desiderio.

Ma non ricreiamo noi tuttavia un semplice dualismo opponendo le carte ai calchi, come un lato buono ad uno cattivo? Non è peculiare d'una carta il poter essere ricalcata? Non è peculiare di un rizoma l'attraversare radici, il confondersi talvolta con esse? Una carta non comporta fenomeni di ridondanza che sono già come i suoi propri calchi? Una molteplicità non possiede i suoi strati dove si radicano unificazioni e totalizzazioni, massificazioni, meccanismi mimetici, prese di potere significanti, attribuzioni soggettive? Le stesse linee di fuga non riproducono forse, a favore della loro eventuale divergenza, le formazioni che avevano il compito di disfare o di rivoltare? Ma è vero anche l'inverso, è una questione di metodo: bisogna sempre riportare il calco sulla carta. E questa operazione non è per niente simmetrica alla precedente. Perché, a rigor di termini, non è esatto che un calco riproduca la carta. E' piuttosto come una foto, una radiografia che inizierebbe con l'elidere o isolare ciò che ha intenzione di riprodurre, avvalendosi di mezzi artificiali, per mezzo di coloranti o di altri procedimenti coercitivi. E' sempre l'imitatore che crea il suo modello e l'attira, II calco ha già tradotto la carta in immagine, ha già trasformato il rizoma in radici e radici secondarie. Ha organizzato, stabilizzato, neutralizzato le molteplicità secondo assi di signifìcanza e di soggettivazione che gli sono propri. Ha generato, strutturalizzato il rizoma, ed il calco già non riproduce altro che se stesso quando crede di riprodurre altre cose. Per questo è così pericoloso. Inietta delle ridondanze e le propaga. Ciò che il calco riproduce della carta o del rizoma, sono soltanto le "impasses", i blocchi, i germi di asse o i punti di strutturazione. Prendiamo la psicanalisi e la linguistica: l'una non ha mai eseguito che calchi o foto dell'inconscio, l'altra calchi o foto del linguaggio, con tutti i tradimenti che ciò presuppone (non meraviglia che la psicanalisi abbia unito la sua sorte a quella della linguistica). Guardate ciò che succedeva già al piccolo Hans, in pura psicanalisi infantile: non si è mai smesso dì ROMPERGLI IL SUO RIZOMA, di MAC¬CHIARGLI LA SUA CARTA, di rimettergliela a posto, di sbarrargli ogni uscita, fino a che egli desidera la sua vergogna e la sua colpevolezza, fino a che s'istilla in lui la vergogna e la colpevolezza, FOBIA (gli si sbarra il rizoma dello stabile, poi quello della strada, Io si radica al letto dei genitori, lo si abbarbica al proprio corpo, Io si blocca sul professor Freud). Freud tiene esplicitamente conto della cartografia del piccolo Hans, ma sempre e soltanto per appiattirla su una foto di famìglia. E vedete ciò che fa Mélanie Klein con le carte geopolitiche del piccolo Richard: ne ricava foto, ne fa dei calchi, mettetevi in posa o seguite l'asse, stadio genetico o destino strutturale, romperemo il vostro rizoma. Vi sì lascerà vivere e parlare, a condizione di precludervi ogni uscita. Quando un rizoma è precluso, arborificato, è finita, non succede più niente al desiderio; perché è sempre per rizoma che il desiderio sì muove e si produce. Ogni volta che il desiderio segue un albero, hanno luogo delle ricadute interne che lo fanno crollare e Io portano alla morte; ma il rizoma opera sul desiderio per mezzo dì spinte esterne e produttive.

E’ per questo che è tanto importante tentare l'altra operazione, inversa ma non simmetrica. Reinserire i calchi sulla carta, rapportare le radici o gli alberi ad un rizoma. Studiare l'inconscio, nel caso del pìccolo Hans, sarebbe mostrare come egli tenti di costruire un rizoma, con la casa paterna, ma anche • con la linea di fuga dello stabile, della strada ecc. ; come queste linee si trovino precluse, facendosi radicare il ragazzo nella famiglia, fotografare sotto il padre, ricalcare sul letto materno; poi come l'intervento del prefessor Freud assicuri una presa di potere del significante come una soggettivazione degli affetti; come il bambino non possa più fuggire che sotto forma di un divenire-animale, paventato come vergognoso e colpevole (il divenire-cavallo del piccolo Hans, autentica opzione politica). Ma bisognerebbe sempre ri-situare le "impasses" sulla carta, e da li aprirle su linee di fuga possibili. Sarebbe la stessa cosa per una carta di gruppo; mostrare a qual punto del rizoma si formino fenomeni di massificazione, di burocrazia, di leadership, di fascistizzazione, ecc., quali linee sus¬sistano tuttavia, anche sotterranee, che continuino a fare oscuramente rizoma. Il metodo Deligny: fare la carta dei gesti e dei movimenti di un bambino autistico, combinare più carte per lo stesso bambino, per più bambini... (11) Se è vero che la carta o ìl rizoma hanno essenzialmente accessi multipli, si considererà anche che ci si può entrare attraverso il cammino dei calchi o la vìa degli alberi-radice, tenuto conto delle precauzioni necessarie (qui, ancora, si rinuncerà ad un dualismo manicheo). Per esempio, si sarà spesso costretti a girare in vicoli ciechi, a passare attraverso poteri significanti ed assegnazioni soggettive, ad appoggiarsi su formazioni edipiche, paranoiche o peggio ancora, come su territorialità indurite che rendono possibili altre operazioni trasforrnazionali. Può anche darsi che la psicanalisi serva, oh suo malgrado, da punto d'appoggio. In altri casi, al contrario, ci si appoggerà direttamente su una linea di fuga che permetta di far scoppiare gli strati, di rompere le radici e d'operare le nuove connessioni. Vi sono dunque dei concatenamenti molto diversi carte-calchi, rizomi-radici, con coefficienti di deterritorializzazione variabili.
Esistono strutture d'albero o dì radice nei rizomi, ma inversamente un ramo d'albero o una propaggine di radice possono mettersi a germogliare in rizoma. L'individuazione non dipende qui da analisi teoriche implicanti degli universali, ma da una pragmatica che compone le molteplicità o gl'insiemi d'intensità. In seno ad un albero, nel cavo di una radice o alla biforcazione di un ramo, può formarsi un nuovo rizoma. Oppure sarà un elemento microscopico dell'albero-radice, una radice secondaria ad innescare la produzione del rizoma. La contabilità, la burocrazia, procedono per calchi: esse possono tuttavia mettersi a germogliare, a lanciare steli di rizoma, come in un romanzo di Kafka. Una porzione intensiva si mette a lavorare per suo conto, una percezione allucinatoria, una sìnestesì, una mutazione perversa, una serie d'immagini si distaccano, e l'egemonia del significante si trova rimessa in discussione. Semiotiche gestuali, mimiche, ludiche, ecc., riacquistano la loro libertà nel bambino e si sbarazzano del "calco", cioè della competenza dominante della lingua dell'istitutore - un avvenimento microscopico sovverte l'equilibrio del potere locale. Così gli alberi generativi, costruiti sul modello sintagmatico di Chomsky, potrebbero aprirsi in tutte le direzioni, fare rizoma a loro volta (12). Essere rizomorfe signìfica produrre steli e filamenti aventi l'apparenza di radici, o che meglio ancora ad esse si collegano penetrando nel tronco, salvo poi adoperarle per nuovi inconsueti usi. Siamo stanchi dell'albero. Non dobbiamo più credere agli alberi, né alle radici, né alle radici secondarie, ne abbiamo sofferto troppo. Tutta la cultura arborescente è basata su di essi, dalla biologia alla linguistica. Al contrario, niente è bello, niente è amorevole, niente è politico, ali'infuori degli steli sotterranei e delle radici aeree, il selvatico ed il rizoma. Amsterdam, città affatto radicata, città-rizoma, con i suoi canali-stelo, dove l'utilità si collega alla massima follia, nel suo rapporto con una macchina da guerra commerciale.

L'albero o la radice ispirano una triste immagine del pensiero che non smette d'imitare il multiplo a partire da un'unità superiore, di centro o di segmento. In effetti, se si considera l'insieme rami-radici, il tronco assume il ruolo di segmento opposto per uno dei sub-complessi percorsi dal basso verso l'alto: tale segmento sarà un "dipolo di collegamento", a differenza dei "dipoli-unità" che formano i raggi emananti da un solo centro (13). Ma i collegamenti possono essi stessi proliferare come nel sistema a radice secondaria, non si esce mai dall'Uno-Due, e dalle molteplicità soltanto finte. Le rigenerazioni, le riproduzioni, i ritorni, le idre e le meduse c'impediscono d'uscirne. I sistemi arborescenti sono sistemi gerarchici che comportano centri di significanza e di soggettivazione, automi centrali e memorie organizzate. E' che i modelli corrispondenti sono tali che un elemento non vi riceve le sue informazioni che da un'unità superiore, e un'assegnazione soggettiva, da collegamenti prestabiliti. Lo si vede bene negli attuali problemi d'inforrnatica e di macchine elettroniche, che conservano ancora il pensiero più antico nella misura ìn cui conferiscono il potere ad una memoria o ad un organo centrale . In un bell'artìcolo che denuncia "l'iconografia delle arborescenze di comando" (sistemi centrici o strutture gerarchiche), Pierre Rosenstiehl e Jean Petitot osservano: "Ammettere il primato delle strutture gerarchiche equivale a privilegiare le strutture arborescenti. (...) La forma arborescente ammette una spiegazione topologica. (...) In un sistema gerarchico, un individuo non ammette che un solo vicino attivo: il suo superiore gerarchico. (...) I canali di trasmissione sono prestabiliti: l'arborescenza preesiste nell'individuo che vi si integra ad un punto preciso" (significanza e soggettivazione). Gli autori segnalano a questo proposito che, anche quando si crede di giungere ad una molteplicità, è possibile che questa molteplicità sia falsa - quella che noi definiamo radice secondaria - perché la sua presentazione o il suo enunciato dall'apparenza non gerarchica non ammettono, di fatto, che una soluzione totalmente gerarchica: così il famoso teorema dell'amicizia: "Se in una società due individui qualunque hanno esattamente lo stesso amico comune, allora esiste un individuo amico di tutti gli altri" (come dicono Rosenstichl e Petitot, chi è l'amico comune? "l'amico universale di questa società dì coppie, padrone, confessore, medico? altrettante idee che sono stranamente lontane dagli assiomi di partenza", l'amico del genere umano? oppure il filo-sofo come appare nel pensiero classico, anche se è l'unità abortita che non vale se non per la sua assenza o soggettività, dicendo non so niente, non sono niente?). Gli autori parlano a questo proposito di teoremi di dittatura. Tale è propriamente il principio degli alberi-radici, o Io sbocco, la soluzione delle radici secondarie, la struttura del Potere (14).

A questi sistemi centrici, gli autori oppongono dei sistemi acentrìcì, reticoli di automi compiuti, in cui la comunicazione si effettua da un vicino ad un vicino qualunque, dove gli steli o i canali non preesistono, dove gl'individui sono tutti intercambiabili, si definiscono soltanto per uno stato in un momento dato, in modo tale che le operazioni locali si coordinano e che il risultato finale globale si sincronizza indipendentemente da un'istanza centrale. Una transduzione di stati intensivi sostituisce la topologia e "il grafo che regola la circolazione'delle informazioni è in qualche modo l'opposto del grafo gerarchico... Il grafo non ha alcun motivo d'essere un albero" (chiamavamo carta tale grafo). Problema della macchina da guerra, o del Plotone d'Esecuzione: è necessario un generale affinchè n individui giungano contemporaneamente allo stato di fuoco? La soluzione senza Generale viene raggiunta attraverso una molteplicità acentrica comportante un numero finito di stati e dì segnali di velocità corrispondente, dal punto di vista di un rizoma di guerra o di una logica della guerriglia. Si dimostra anche che tale molteplicità, concatenarnento o società macchinici, respingono come "intruso asociale" ogni automa centralizzatore, unificante (15). N, da quel momento, è pur sempre n-1. Rosenstìehl e Petitot insistono sul fatto che l'opposizione centro-acentrico vale meno per le cose che designa che per i metodi di calcolo che applica alle cose. Degli alberi possono corrispondere al rizoma o, inversamente, germogliare in rizoma. Ed è generalmente vero che una stessa cosa ammette i due metodi di calcolo o i due tipi di regolamentazione, ma non senza cambiare singolarmente di Stato nell'uri caso o nell'altro. Si prenda, ad esempio, ancora la psicanalisi: non solo nella sua teoria, ma nella sua pratica di calcolo e di trattamento, essa sottopone l'inconscio a delle strutture arborescenti, a dei grafi gerarchici, a memorie ricapitolatrici, ad organi centrali, falli, albero-fallo. La psicanalisi non può cambiare metodo a questo riguardo: su di una concezione dittatoriale dell'inconscio essa fonda il proprio potere dittatoriale, il potere: degli psicanalisti sugli psicanalizzati, e delle società di psicanalisi sugli psicanalisti. Il margine di manovra della psicanalisi viene così molto limitato. Vi è sempre un generale, un capo, nella psicanalisi, come nel suo oggetto (generale Freud). Al contrario, trattando l'inconscio come un sistema acentrico, vale a dire come un reticolo macchinico di automi compiuti (rizoma), la schizoanalisi tocca tutt'altro stato dell'inconscio. Le stesse considerazioni valgono in linguistica: Rosenstiehl e Petìtot considerano a giusto titolo la possibilità di "un'organizzazione acentrica di una società di parole". Per gli enunciati come per Ì desideri, il problema non è mai ridurre l'inconscio, interpretarlo, né farlo significare in base a un albero. Il problema è produrre dell'inconscio e, con esso, nuovi enunciati, nuovi desideri: il rizoma è questa produzione d'inconscio.

E' strano come l'albero abbia dominato la realtà occidentale e tutto il pensiero occidentale, dalla bo¬tanica alla biologia, l'anatomia ma anche la gnoseologia, la teologia, l'ontologia, tutta la filosofia... O fondamento-radice, Grund, roots e fundations. L'Occidente ha un rapporto privilegiato con la foresta e lo sboscamento; i campi strappati alla foresta sono popolati da graminacee, oggetto di una coltura di discendenze attinenti la specie e di tipo arborescente; la pastorizia, a sua volta basata sul maggese, seleziona delle specie che formano tutta un'arborescenza animale. L'Oriente presenta un altro aspetto: il rapporto con la steppa ed il giardino (in altri casi, il deserto e l'oasi), piuttosto che con la foresta ed il campo; una coltura di tuberi che procede per frammentazione degli stessi indivìdui; un mettere da parte, un mettere tra parentesi la pastorizia, confinata entro spazi chiusi, oppure respinta nella steppa dei nomadi. Occidente, agricoltura di una progenie scelta con molti individui variabili; Oriente, orticoltura di un piccolo numero d'individui richiamantisi ad una grande varietà di "cloni". Non vi è forse in Oriente, e precisamente in Oceania, una sorta di modello rizomatìco che si contrappone da ogni punto di vista al modello occidentale dell'albero? Haudricourt vi intravede addirittura una spiegazione della contrapposizione tra le morali o le filosofie della trascendenza, care all'Occidente, e quelle dell'immanenza in Oriente: il Dio che semina e miete, in contrapposizione al Dio che scava ed estirpa (lo scavare contro il seminare) (16). Trascendenza, malattia tipicamente europea. E non è la stessa musica, per la terra non è la stessa musica. E non è per niente la stessa sessualità: le graminacee, anche quelle che posseggono ambedue Ì sessi, subordinano la sessualità al modello della riproduzione; il rizoma, al contrario, è una liberazione della sessualità non solo in relazione alla riproduzione, ma anche in rapporto alla genitalità. Da noi l'albero s'è radicato nei corpi, ha indurito e stratificato anche i sessi.

Bisognerebbe fare un discorso a parte sull'America. Naturalmente essa non è esente dalla dominazione degli alberi e da una ricerca delle radici. Lo si vede perfino nella letteratura, nella ricerca di un'identità nazionale, ed anche di un'ascendenza o genealogia europee (Kerouac parte alla ricerca dei suoi antenati). Ne risulta che tutto quello che d'importante è successo, che tutto quello che d'importante succede, procede per rizoma americano: beatnìk, underground, sotterranei, bande e gangs, spìnte laterali successive in collegamento immediato con un di fuori. Differenza del libro americano da quello europeo, anche quando l'america.no sì mette alla ricerca degli alberi. Differenza nella stessa concezione del libro. E le direzioni, in America, non sono le stesse: è all'Est che si compiono la ricerca arborescente ed il ritorno al vecchio mondo. Ma l'Ovest è rizomatico, con i suoi Indiani senza ascendenza, il suo limite sempre fuggente, le sue frontiere mobili e spostate. Tutta una "carta" americana all'Ovest, dove gli stessi alberi fanno rizoma. L'America ha invertito le direzioni: ha collocato il suo oriente all'ovest, come se la terra fosse divenuta rotonda proprio in America; il suo Ovest è la frangia stessa dell'Est (17). (Non è l'India, come credeva Haudricourt, che funge da intermediaria tra l'Occidente e l'Oriente, bensì l'America che costituisce perno e meccanismo d'inversione). La cantante americana Patti Smith canta la bibbia del dentista americano: non cercate radici, seguite il canale...

Non vi sarebbero anche due burocrazie, forse tre (e più ancora}? La burocrazia occidentale: la sua origine agraria, catastale, le radici ed i campi, gli alberi ed il loro ruolo di frontiera, il grande censimento di Guglielmo il Conquistatore, la feudalità, la politica dei re di Francia, consolidare lo Stato sulla proprietà, negoziare le terre per mezzo della guerra, i processi ed i matrimoni. E' la stessa cosa in Oriente? Certo, è troppo facile presentare un Oriente di rizoma e d'immanenza; ma lo Stato non vi agisce secondo uno schema d'arborescenza corrispondente a classi prestabilite, arborificate e radicate; è una burocrazia di canali, per esempio il famoso potere idraulico a "proprietà debole", dove lo Stato genera classi canalizzanti e canalizzate (cfr. ciò che non è mai stato confuta¬to nelle tesi di Wittfogel). Il despota vi agisce come un fiume, e non come una sorgente che sarebbe ancora un punto, punto-albero o radice; sposa le acque più che sedersi sotto l'albero; e l'albero di Budda diviene esso stesso rizoma; il fiume di Mao e l'albero di Luigi. Qui, ancora, non ha forse l'America svolto un ruolo d'intermediaria? Perché essa agisce, secondo i casi, a mezzo di stermini, liquidazioni interne (non soltanto gli Indiani, ma anche i coloni, ecc.) e a mezzo d'ondate successive esterne d'immigrazione. Il flusso del capitale vi produce un immenso canale, una quantificazione del potere, con "quanti" immediati in cui ciascuno fruisce a suo modo del passaggio del flusso-denaro (da cui il mito-realtà del povero che diventa miliardario per ritornare povero): tutto si riunisce così in America, di volta in volta albero e canale, radice e rizoma. Non esiste un capitalismo universale e, in sé, il capitalismo è all'incrocio d'ogni tipo di formazione, è sempre per natura neo-capitalismo, inventa nella peggiore delle ipotesi la sua faccia d'oriente e la sua faccia d'occidente, ed il proprio rimaneggiamento delle due.

Con tutte queste distribuzioni geografiche, abbiamo nel contempo imboccato una cattiva strada. Una "impasse": tanto meglio. Se si tratta di dimostrare che i rizomi hanno anch'essi un proprio dispotismo, la propria gerarchia, più duri ancora, molto bene, perché non vi è dualismo, non vi è dualismo ontologico qua e là, non dualismo assiologico del bene e del male, non mistura o sintesi americane. Vi sono nodi d'arborescenza nei rizomi, spinte rizomatìche nelle radici. Di più, vi sono formazioni dìspotiche, d'immanenza e canalizzazione, proprie ai rizomi. Vi sono deformazioni anarchiche nel sistema trascendente degli alberi, radici aeree e tronchi sotterranei. Ciò che conta, è che l'albero-radice ed il rizoma-canale non si contrappongano come due modelli: l'uno agisce come modello e come calco trascendente, anche se ingenera le proprie fughe; l'altro agisce come processo immanente che rovescia il modello e abbozza una carta, anche se costituisce le proprie gerarchle, anche se suscita un canale dispotico. Non si tratta di questo o di quel luogo sulla terra, né di un certo momento della storia, ancor meno di una categoria o dell'altra dello spirito. Si tratta del modello che non cessa mai d'alzarsi e sprofondare, e del processo che non cessa d'allungarsi, rompersi e ricominciare. Non un altro nuovo dualismo. Problema della scrittura: ci vogliono assolutamente espressioni inesatte per designare qualcosa esattamente. E non perché sia proprio necessario usare questo metodo, né perché non si potrebbe procedere che per approssimazioni: l’inesattezza non è per niente un'approssimazione, al contrario, è la proiezione esatta di quanto è in divenire. Non invochiamo un dualismo che per rifiutarne un altro. Non ci serviamo di un dualismo di modelli che per arrivare ad un processo che rifiuterebbe ogni modello. Spetta al lettore avere dei correttori cerebrali per disfare i dualismi che non abbiamo voluto fare, attraverso i quali passiamo. Spetta al lettore arrivare alla formula magica che tutti cerchiamo: PLURALISMO = MONISMO, passando attraverso tutti i dualismi che sono il nemico, il nemico però assolutamente necessario, il mobile che non smettiamo mai di spostare.

Riassumiamo le caratteristiche principali di un rizoma: a differenza degli alberi o delle loro radici, il rizoma collega un punto qualsiasi con un altro punto qualsìasi, e ciascuno dei suoi tratti non rimanda necessariamente a dei tratti dello stesso genere, mette in gioco regimi di segni molto differenti ed anche stati di non-segni. Il rizoma non si lascia ricondurre né all'Uno né al multiplo. Non è l'Uno che diventa due, né che diventerebbe direttamente tre, quattro o . cinque ecc. Non è un multiplo che deriva dall'Uno, né al quale l'Uno si aggiungerebbe (n+l). Non è composto dì unità, ma di dimensioni. Costituisce delle molteplicità lineari a n dimensioni, senza soggetto né oggetto, rappresentabili su un piano di consistenza, e da cui l'Uno viene sempre sottratto (n-1). Una simile molteplicità non modifica le sue dimensioni senza cambiare natura in se stessa e trasformarsi. All'opposto di una struttura che si definisce mediante un insieme di punti e di posizioni, di rapporti binari fra questi punti e di relazioni- biunivoche fra queste posizioni, il rizoma non è fatto che di linee : linee di segmentalità, di stratificazione, come dimensioni, ma anche di fuga o di deterritorializzazione come dimensione massimale, a partire dalla quale, seguendola, la molteplicità sì trasforma cambiando natura. Non si confonderanno tali linee, o lineamenti, con le discendenze di tipo arborescente, che sono soltanto dei collegamenti tra punti e posizioni. All'opposto dell'albero, il rizoma non è un oggetto di riproduzione: né riproduzione esterna come l’albero-immagine, né riproduzione interna come la struttura-albero. Il rizoma è una antigeneaìogia. Il rizoma procede per variazione, espansione, conquista, cattura, iniezione. All'opposto della grafia, del disegno o della foto, all'opposto dei calchi, il rizoma si riferisce ad una carta che deve essere prodotta, costruita, sempre smontabile, collegabile, rovesciabile, modificabile, ad ingressi ed uscite multiple, con le sue linee di fuga. Sono i calchi a dover essere riportati sulle carte e non l'inverso. Rispetto ai sistemi centrici (anche poli centrici), a comunicazione gerarchica e collegamenti prestabiliti, il rizoma è un sistema acentrico, non gerarchico e non significante, senza Generale, senza memoria organizzatrice o automa centrale, unicamente definito da una circolazione di stati. Ciò che è in questione nel rizoma è un rapporto con la sessualità, ma anche con l'animale, con il vegetale, con le cose della natura e dell'artificio, completamente diverso dal rapporto arborescente: tutti i tipi di "divenire".

Noi chiamiamo piano qualsiasi molteplicità collegabile ad altre mediante steli sotterranei superficiali, in modo da formare ed estendere un rizoma. Scriviamo questo libro come un rizoma. L'abbiamo composto di piani. Gli abbiamo dato una forma circolare, ma è stato per scherzo. Ogni mattino ci alzavamo e ciascuno di noi si domandava che piano avrebbe preso, scrivendo cinque righe qui, dieci altrove. Abbiamo avuto esperienze allucinatene, abbiamo visto delle righe, simili a tante colonne di formichine, lasciare un piano per andare su un altro. Abbiamo fatto cerchi di convergenza. Ogni piano può essere letto in un punto qualsiasi, e messo in rapporto con qualsiasi altro. Per il multiplo, occorre un metodo che lo riproduca veramente; nessuna astuzia tipografica, nessuna abilità lessicale, miscuglio o creazione di parole, nessuna audacia sintattica possono sostituirlo. Questi, in effetti, il più delle volte, non sono che "'procedimenti mimetici destinati a disseminare o dislocare un'unità mantenuta in un'altra dimensione per un libro-immagine. Tecnonarcisismo. Le creazioni tipografi che, lessicali o sintattiche non sono necessarie se non allorquando cessano d'appartenere alla forma d'espressione di un'unità nascosta, per divenire esse stesse una delle dimensioni della molteplicità considerata; siamo al corrente di pochi successi in questo campo. Noi stessi non abbiamo saputo farlo. Abbiamo soltanto usato parole che, a loro volta, funzionavano per noi come dei piani. RIZOMATICO = SCHIZO-ANALISI = STRATO-ANALISI = PRAG¬MATICA = MICRO-POLITICA. Queste parole sono altrettanti concetti, ma i concetti sono delle linee, cioè dei sistemi di numeri connessi a questa o a quella dimensione delle molteplicità (strati, catene molecolari, linee di fuga o di rottura, cerchi di convergenza, ecc.). In nessun caso ci poniamo ambizioni di scienza. Non conosciamo né scientificità né ideologia, ma soltanto concatenamenti. E non esistono che concatenamenti macchinici di desiderio, come pure concatenamenti collettivi d'enunciazione. Niente significanza e niente soggettivazione: scrivere a n (ogni enunciazione individuata rimane prigioniera delle significazioni dominanti, ogni desiderio significante rimanda a soggetti dominati). Un concatenamento, nella sua molteplicità, lavora di volta in volta inevitabilmente su flussi semiotici, flussi materiali e flussi sociali (indipendentemente dal recupero che possa esserne fatto all'interno di un corpo teorico o scientifico). Non si ha più una tripartizione tra un campo di realtà, il mondo, un campo di rappresentazione il libro, ed un campo di soggettività, l'autore. Ma un concatenamento mette in relazione certe molteplicità prese in ciascuno di questi ordini, cosicché un libro non ha il suo seguito nel libro successivo, né il suo oggetto nel mondo, né il suo soggetto in uno o più autori. In breve, ci sembra che lo scrivere non verrà mai fatto abbastanza in nome di un di fuori. Il di fuori non ha immagine, né significazione, né soggettività. Il libro, concatenamento con il di fuori, contro il libro-immagine del mondo. Un libro rizoma, e non più dicotomo, rotatorio o fascicolato. Mai fare radice, né piantarne, benché sia difficile non ricadere in questi vecchi procedimenti: "Infatti, tutte le idee che mi vengono non mi vengono dalla loro radice, ma soltanto da qualche punto verso la metà. Provatevi allora a tenerle, provatevi a tenere e ad aggrapparvi a un filo d'erba che cominci a crescere soltanto a metà dello stelo " (19). Perché è così difficile? E' già una questione di semiotica percettiva. Non è facile recepire le cose dal centro, e non dall'alto in basso e viceversa, da sinistra a destra o viceversa: provate e vedrete che tutto cambia.

Si scrive la storia, ma la si è sempre scritta dal punto di vista dei sedentari ed in nome di un apparato unitario di Stato, almeno possibile anche quando si parlava di nomadi. RIZOMATICO = NOMADOLOGÌA. Tuttavia, anche qui, rari i grandi risultati, per esempio a proposito delle crociate dei bambini: il libro di Marcel Schwob che moltiplica Ì racconti come altrettanti piani dalle dimensioni variabili. Il libro di Andrzejewski, Le porte del Paradiso, fatto d'una sola frase ininterrotta, flusso di bambini, flusso di marcia con scalpiccio, dilatazione, precipitazione, flusso semìotico di tutte le confessioni di bambini che si confidano al vecchio monaco in testa al corteo, flusso di desideri e di sessualità, ognuno partito per amore, e più o meno direttamente guidato dal nero desiderio postumo e pederastico del conte di Vendôme, con cerchi di convergenza - l'importante non è che i flussi facciano "Uno o multiplo", non siamo, più a quel punto: c'è un concatenamento collettivo d'enunciazione, un concatenamento macchinico dì desiderio, l'uno nell'altro, e innestati su di un prodigioso al di fuori che fa molteplicità in ogni caso. E poi, più recentemente, il libro di Armand Farrachì sulla IV crociata, La dislocazione, in cui le frasi s'aprono e si disperdono, oppure si urtano e coesistono, e le lettere, la tipografia si mettono a danzare, man mano che la crociata delira (20). Ecco dei modelli di scrittura nomade e rizomatica. La scrittura sposa una macchina da guerra e delle linee di fuga, abbandona gli strati, le segmentalità, la sedentarietà, l'apparato di Stato. Ma perché c'è ancora bisogno d'un modello? Il libro non è forse un' "immagine" delle crociate? Non vi è ancora un'unità segreta, come unità rotatoria nel caso di Schwob, come unità abortita nel caso di Farrachì, come unità del Conte funebre nel più bel caso delle Porte del Paradiso? C'è bisogno d'un nomadismo più profondo di quello delle crociate, quello dei veri nomadi, oppure del nomadismo di quelli che nemmeno si muovono più e che non imitano più niente? Essi macchinano soltanto. Come troverà il libro un di fuori sufficiente col quale poter macchinare nell'eterogeneo, piuttosto che un mondo da riprodurre? Culturale, il libro è forzatamente un calco: calco già di se stesso, calco del libro precedente dello stesso aatoie, calco d'altri libri, quali ne siano le differenze, ricalco interminabile di concetti e frasi fatte, decalco del mondo presente, passato o futuro (21). Ma il libro antìculturale può esser sempre permeato d'una cultura troppo pesante: ne farà tuttavia un uso attivo di dimenticanza e non di memoria, di sottosviluppo e non di progresso da sviluppare, di nomadismo e non di sedentarietà, di carta e non di calco. RIZOMATICO = POP-ANALISI, anche se il popolo ha ben altre cose da fare che leggere, anche se i blocchi di cultura universitaria o di pseudo-scientìficità risultano troppo faticosi o pesanti. Perché, sapete, la scienza sarebbe completamente folle se la si lasciasse fare, prendete le matematiche, esse non sono una scienza, ma un gergo prodigioso e nomadico. Anche e soprattutto nel campo teorico, una qualsiasi impalcatura precaria e pragmatica vai sempre meglio del ricalco dei concetti, con i loro tagli ed i loro progressi che non cambiano niente. L'impercettibile rottura, piuttosto del taglio significante. Mai la storia ha capito il nomadismo, mai il libro ha capito il di fuori. Scrivere per quelli che non sanno leggere: la gente sogghigna, "siete i peggiori docenti universitari, non vedete le parole che usate e il vostro ricatto al sapere?", noi non rispondiamo, non abbiamo la stessa concezione di un libro, non abbiamo mai citato noi stessi, non abbiamo mai intonato il canto dell’avanguardia, stile “BouillantAchille”o “Tel Quel…”. Allora, NON SECCATECI, Edith Piaf. Che piacere se qualcuno dirà: ecco, ci deludono, sono impazziti. E se diranno: non si rinnovano, tanto meglio siamo altrove. Cos'hanno fatto i nomadi? Hanno inventato la macchina da guerra contro L'apparato di Stato, completamente diversa dall'apparato di Stato. Rizoma d'una macchina da guerra contro l'albero-Stato. L'arborescenza è proprio il potere di Stato. Nel corso d'una lunga storia, lo Stato ha rappresentato il modello del libro e del pensiero: il logos, il filosofo-re, la trascendenza dell'Idea, l'interiorità del concetto, la repubblica degl'intelletti, il tribunale della ragione, i funzionari del pensiero, l'uomo legislatore e soggetto. Pretesa deilo Stato d'essere i'immagine interiorizzata di un ordine del mondo, e di radicare l'uomo. Ma il rapporto di una macchina da guerra con il di fuori non è un altro "modello", è un concatenamento che fa sì che il pensiero divenga esso stesso nomade, il libro una stanza per tutte le macchine mobili, uno stelo per un rizoma (Kleist e Kafka contro Goethe).

La maggior parte dei libri che citiamo sono libri che amiamo (talvolta per ragioni segrete o perverse). Poco importa che alcuni siano molto conosciuti, altri poco, altri dimenticati. Non vorremmo citare che con amore. Non pretendiamo costituire una Summa o di ricostituire una Memoria, ma piuttosto procedere per dimenticanza e sottrazione, fare in tal modo un rizoma, fare macchine innanzitutto smontabili, creare atmosfere che facciano galleggiare per un istante questo o quello; blocchi friabili in un pastone. Meglio ancora, un libro funzionale, pragmatico: prendete quello che volete. Il libro ha cessato d'essere un microcosmo nella maniera classica, o in quella europea. Il libro non è un'immagine del mondo, ancor meno un significante. Non è una bella totalità organica, non è nemmeno un'unità di senso. Quando si chiede a Michel Foucault cosa rappresenti un libro per lui, risponde: è una scatola di arnesi. Proust, che passa non di meno per altamente significante, diceva che il suo libro era come un paio d'occhiali: vedete se vi vanno bene, se grazie ad essi riuscite a percepire ciò che non avreste potuto cogliere altrimenti; diversamente, lasciate perdere il mio libro, cercatene altri che vi si adattino meglio. Trovate dei pezzi di libro, quelli che vi servono o che vi vanno. Noi non leggiamo più, ma nemmeno scriviamo più nel vecchio modo. Non c'è morte del libro, ma una nuova maniera di leggere. In un libro non c'è niente da capire, ma molto di cui servirsi. Niente da interpretare né da significare, ma molto da sperimentare. Il libro deve far macchina con qualcosa, dev'essere un piccolo utensile su di un di fuori. Non rappresentazione del mondo, né mondo come struttura significante. Il libro non è albero-radice, è parte di un rizoma, piano di un rizoma per il lettore al quale esso conviene. Le combinazioni, le permute, le utilizzazioni non sono, mai interne al libro, ma dipendono dai collegamenti con questo o quel di fuori. Sì, ricavatene ciò che volete. Non pretendiamo di far scuola; le scuole, le sette, le cappelle, le chiese, le avanguardie e le retroguardie sono sempre degli alberi che, ridicoli nella loro crescita come nella loro caduta, schiacciano tutto ciò che d'importante avviene.

Scrivere a n, n-1, scrivere a slogans: Fate rizoma e non radice, non piantate mai! Non seminate mai, scavate! Non siate uno, né multiplo, siate delle molteplicità! Fate la linea, mai il punto! La velocità trasforma il punto in linea (22)! Siate rapidi anche da fermi! Linea di fortuna, linea d'anca, linea di fuga. Non evocate un Generale in voi! Fate delle carte, non delle foto, né dei disegni! Siate la Pantera rosa, e che i vostri amori siano ancora come la vespa e l'orchidea, il gatto e il babbuino.








NOTE

(1) F. Robert, Aspects socieaux du changement dans une grammaire générative, in “Languages”, dic. 1973, n. 32. p.90

(2) Cfr. Bertil Malmberg, La linguistica contemporanea, Bologna 1972, pp. 96 sgg.

(3) Ernst Jünger, Approches drogues et ivresse, trad.franc. Table ronde, p. 304, paragrafo 218.

(4) Metodo: non si cercherà un genere comune di cui i fascismi, ed anche i totalitarismi, sarebbero le specie. Nemmeno sì cercherà una specie propria ai fascismi, oppure al fascismo germanico, e che sarebbe diversa da tutte le altre. Ma, a qualsiasi livello di generalità o di specificità venga preso il concetto, lo si considererà come una molteplicità definita dalle sue dimensioni (vi sono vari tipi di fascismi germanici nella stessa epoca, con "correnti" di destra, correnti di sinistra, linee di massa, lìnee di fuga, grandezze urbane, grandezze rurali, ecc.). J.P. Faye lo ha dimostrato in maniera che ci sembra definitiva. Il significato assunto dal fascismo ad un dato momento, così come la sua attribuzione, dipendono dalle dimensioni che prevalgono sulle altre, dalle linee che si sviluppano a detrimento delle altre. Le questioni di significazione e di attribuzione sono sempre secondarie in rapporto a un qualunque concetto inizialmente considerato come molteplicità: ossia una proposizione del tipo: "Nessuna forma di super-io è rappresentativa d'un individuo in una data società". E' un cattivo metodo. Non esiste una forma di concetto il cui contenuto si attribuirebbe esclusivamente (o innanzitutto) sia a degl'individui, sia a delle collettività. Se il concetto definisce veramente una molteplicità, esso si attribuisce a delle società che seguono talune delle sue linee, a dei gruppi e delle famiglie che ne seguono certe altre, a degli Ìndividui che ne seguono altre ancora; ed ogni cosa alla quale esso si attrìbuisce è a sua volta una molteplicità. Altrimenti si tratta di un cattivo concetto (lo si sarebbe sospettato per il super-io, come per la maggior parte dei concetti psicanalitici che procedono per false associazioni così .come per falsa differenziaziòne).

(5) Rémy Chauvin, Entretìen sur la sexualité Plon p.205.

(6) Sui lavori di R.-È. Benveniste e G.j. Todaro, cfr. Yves Christen, Le rôle des virus dans l'évolution, in "La Recherche", marzo 1975, n. 54: "I virus possono, a seguito d'integrazione-estrazione in una cellula, prelevare, a causa d'errore di scissione frammenti di DNA del loro ospite e trasmetterli a nuove cellule: si tratta, in definitiva, della base di quella che si chiama ingegnerìa genetica. Ne discende che informazioni genetiche proprie ad un organismo potrebbero essere trasferite ad un altro mediante virus. Qualora si abbia interesse a situazioni estreme, si può addirittura immaginare che tale trasferimento d'informazioni potrebbe effettuarsi da una specie più evoluta verso altra meno evoluta o generatrice della precedente. Questo meccanismo andrebbe dunque in senso contrario rispetto a quello che l'evoluzione utilizza in modo classico. Se questi trasferimenti d'informazioni avessero avuto una grande importanza, si sarebbe addirittura portati, in certi casi, a sostituire con schemi reticolari (aventi comunicazioni tra ramificazioni in base alla loro differenziazione) gli schemi in forma di cespuglio o albero che servono oggi per rappresentare l'evoluzione.” p. 271).

(7) Franfois Jacob, La logique du vivant, Paris p. 312 e p. 333; trad. it. La logica del vivente, Torino 1971, p. 340 e p. 363.

(8) Carlos Castaneda, L'herbe du diable et la petite fumée, trad. franc. Le Soleil noir, p. 160.

(9) Pierre Boulez, Par volante et par hasard, Seuil, p. 14':
"Voi la piantate in un certo terreno e, di colpo, essa si mette a proliferare come la malerba...". E passim, sulla proliferazione musicale, p. 89: "...una musica che galleggia, in cui la scrittura stessa comporta per Io strumentista un'impossibilità a mantenere una coincidenza con un tempo pulsante".

(10) Cfr. Mélanie Klein, Psicanalisi dì un bambino, Torino 1971 (vedere il ruolo delle carte militari nelle attività di Richard, passim, ma in particolare pp, 60 sgg. e pp. 187 sgg.).

(11) Cfr. Cahiers de l'immuable I, Légendes de Femand Deligny, in "Recherches", aprile 1975, n. 8.

(12) Cfr. Dieter Wunderich, Pragmatique, situation d'énonciatìon et Deixis, in "Langages", giugno 1972, n. 26, pp. 50 sgg. (I tentativi di Mac Cawley, di Sadork e di Wunderich per i"introduzione di “proprietà pragmatiche” negli alberi chomskiani)

(13) Cfr. Julien Pacotte, Le réseau arburescent, schéme primordial de la pensée, Herrnann, 1936. Questo libro analizza è sviluppa diversi schemi della forma di arborescenza, che non viene presentata come un semplice formalismo, bensì come "il fondamento reale del pensiero formale ". Spinge ai limiti il pensiero classico. Raccoglie tutte le forme di Uno-Due, teoria del dipolo. L'insieme tronco-radici-rami da luogo allo schema seguente. Più recentemente, Michel Serres analizza le varietà e sequenze di alberi nei campi scientìfici più diversi: come l'albero si forma a partire da un "reticolo" (La traduction, Minuit, pp. 27 sgg.-,Feux et signaux de brume, Grasset, pp. 35 sgg.).

(14) Pierre Roseostiehl e Jean Petitot, Automate asocial et systèmes acentrés, in "Communications", 1974, n. 22. Sul teorema dell'amicizia, cfr. H.S. Wilf, The Friendshtp Theorem in Combinato-rial Matbematics, Welsh Acaderaic Press; e, su un teorema dello stesso tipo, detto d'indecisione collettiva cfr. K,J. Arrow, Choix collectif et préférences

(15) Ibid. Il carattere principale del sistema acentrico stà nel fatto che le iniziative locali sono coordinate indipendentemente da un'istanza centrale, effettuandosi il calcolo nell'insieme del reticolo (molteplicità). "E’ per questo che il solo luogo dove può essere costituito uno schedario di persone è presso le persone medesime, le sole capaci di fornire la loro descrizione e di tenerla aggiornata; la società è ìl solo schedario possìbile delle persone. Una società acentrica naturale respinge come intruso sociale l'automa centralizzatore" (pg, 62). Sul "Teorema del Plotone d'Esecuzione", pp. 51-57. Succede anche che dei generali, nel loro sogno di appropriarsi delle tecniche formali della. guerriglia, facciano appello a delle molteplicità "di moduli -sincroni", "a base di cellule leggere numerose ma indipendenti", non comportanti teoricamente che un minimo di potere centrale e di "ricambio gerarchico": cosi Guy Brossollet, in Essai sur la non-bataille , Berlin, 1975.

(16) Sull'agricoltura occidentale delle graminacee e l'orticoltura orientale dei tuberi, sulla contrapposizione seminare - scavare, sulle differenze in merito all'allevamento, cfr. Haudricourt, Domestication des animaux, culture des plantes et traitement d'autrui, in "L'Homme", 1962, e L'origine des clones et des clans, in "L'Homme", gennaio 1964. Il mais e il riso non sono obiezioni: sono cereali "tardivamente adottati da coltivatori di tuberi" e conseguentemente trattati; è probabile che il riso "apparisse come una cattiva erba dei fossati di scolo".

(17) Cfr. Leslie Fiedler, II ritorno del Pellerossa, Milano 1968. Si trova in questo libro una bellissima analisi della geografia, del suo ruolo mitologico e letterario in America, e dell'inversione delle direzioni., All'Est, la ricerca di un codice propriamente americano, ed anche una ricodificazione con l'Europa (Henry James, Elìot, Pound, ecc.); la surcodifìcazione schiavista al Sud, con la propria rovina e quella delle piantagioni durante la Guerra di Secessione (Faulkner, Caldwell...); la decodificazione capitalista proveniente dal Nord (Dos Passos, Dreiser); ma il ruolo dell'Ovest, come lìnea di fuga in cui si congiungono il viaggio, l'allucinazione, la follia, l'Indiano, la sperimentazione percettiva e mentale, lo spostarsi delle frontiere, il rizoma (Ken Kesey e la sua "Macchina da nebbia"; la generazione beatnik, ecc.). Ogni grande autore americano esegue una cartografia, anche per mezzo del suo stile; contrariamente e quanto accade da. noi, fa una carta che si collega direttamente con i movimenti sociali reali che attraversano l'America. Per esempio, il riscontro delle direzioni geografiche in tutta l'opera di Fitzgerald.

(18) Così Joélle de la Casinière, Absolument nécessaire, Minuit, che è un libro veramente nomade. Nella stessa edizione cfr. le ricerche del "Montfaucon Research Center".

(19) Kafka, Diari, Milano 1972, p. 120.
(20) Marcel Schwob, La croisade des enfants, 1896;trad. it. La crociata dei bambini, Milano 1972; Jersy Andrzejewski, Les portes du Paradis, trad. franc. Gallimard, 1959; Armand Farrachi, La dislocation, Stock, 1974. E' a proposito del libro di Schwob che Paul Alphandéry diceva che la letteratura, in certi casi, poteva rinnovare la storia ed imporle "delle vere direzioni di ricerca" (La chrétìenté et l'idèe de croisade, Albin Michel, II, p. 116).

(21) Cfr. la facezia di Foucault: cosa succede quando non (ci) si ripete? "In quel momento essi ripetono, ripetono il linguaggio stesso" (in Nietzscbe, Cahiers de Rovaumont-Minuit, p. 196).

(22) Cfr. Paul Virilio, Véhiculàìre, in Nomades et Vagabonds, 10/18, p. 44; sul sorgere della linearità e lo sconvolgimento della percezione per effetto della velocità.

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